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  • Vi lascio una versione italiana del testo, per tutti quelli che la hanno chiesta:

    MARIO MIELE: la storia della pizza napoletana qui in Messico
    di Antonio Mariniello

    La storia della pizza in Messico ha anno, un prima e un dopo. È il 2003, quando, fortunatamente, Mario Miele decide di trasferirsi a Città del Messico. Mario è una persona solare, sempre disponibile con i suoi clienti, che considera suoi amici. Ci aspetta nel suo locale, “La Piccola Trattoria”, in Emerson 107 angolo Ejército Nacional, a Polanco, forse il quartiere più centrale di Città del Messico.

    Raccontaci un po’ della tua infanzia e di come sei arrivato, da una piccola città, a lavorare per il Billionaire de Briatore

    La mia è stata la tipica infanzia felice di paese. Sono di Andretta, un piccolo centro dell’Appennino in provincia di Avellino, ad un’ora e mezza da Napoli. Ricordo con tenerezza le fredde mattine accanto al caminetto, con mia nonna che preparava la pasta. O i pomeriggi aiutando mio padre, che aveva un’officina meccanica. Ero diviso, fin da allora, tra le mie due grandi passioni: cucina e motori. Da ragazzo ricordo essere stato qualche mese a Maranello per fare un corso con Ferrari, il sogno di ogni meccanico, anche se, nel frattempo, lavoravo anche nella pizzeria del paese.

    Quando mi sono trasferito a Gragnano, la città dove è nata la pasta, è iniziata la mia vita da Chef. Ho seguito diversi corsi di specializzazione in cucina napoletana e, in particolare, nell’arte della pizza. Da lì son venute fuori diverse proposte. Fra queste, quella del Billionaire di Flavio Briatore e Giuseppe Cipriani, responsabile della cucina. Fu così che io, con i miei fratelli Giuseppe e Maria Rosaria, andammo in Sardegna per lavorare. Da lì non mi sono più fermato: ho capito che quella era la mia vita e, da chef e pizzaiolo italiano, avremmo avuto molte opportunità, soprattutto all’estero.

    Sei arrivato in Messico nel 2003, dopo un breve viaggio intorno al mondo, per sviluppare un nuovo Franchising. Era “50 FRIENDS”, un concetto che avrebbe cambiato per sempre l’idea di pizza in Messico. Con loro finirai per aprire 19 filiali. Com’è la vita dell’emigrante? e come sei entrato in contatto con loro?

    Da napoletani all’estero non ti senti mai solo ed è normalissimo anche trovare famiglia, ovunque tu sia. Ragion per cui, come emigrante, in un certo senso mi sono sempre sentito a casa. Oltretutto qui Messico basta ascoltare le canzoni, vedere il valore che danno alla famiglia, sentire i rumori della strada e ti sembra di essere a Napoli. “Ci hanno reso tutto

    più facile”! Quanto a 50 FRIENDS, ricordo che il fondatore mi ha trovato “online” e mi ha chiamato. Tra italiano e spagnolo, ricordo che quel giorno parlammo per più di quattro ore al telefono di quello che, in quel momento, era solo un sogno.
    Non c’erano ancora filiali, immagine coordinata, menu, niente. Nulla si sapeva, a quel tempo, della pizza artigianale qui in Messico. Quando sono arrivato nel 2003, non c’era un solo posto dove poter mangiare una buona pizza napoletana. È stata una sfida riuscire ad imporre il concetto di pizzeria in questo Paese e devo dire, con un po’ di orgoglio, che in questi 18 anni sono stati fatti passi da gigante.

    Dopo un po arriva “La piccola Trattoria” a Polanco

    Anche il concetto di “trattoria”, l’idea di un locale a conduzione familiare di cucina
    italiana fatta in casa era, nuovo qui. È stato, per me, come veder crescere un bambino. Con mia moglie e mio fratello abbiamo cercato, negli anni, di aprire altre filiali, ma ci siamo resi conto che è difficile mantenere degli standard elevati quando ci sono tanti locali ed una conduzione familiare. Purtroppo un mese fa abbiamo dovuto chiudere, anche causa della crisi derivata dalla pandemia, la succursale di Querétaro. Abbiamo iniziato in un piccolo locale a metà strada ed oggi ci troviamo, dopo essere stati per un po’ anche nel locale accanto, in uno più grande e bello proprio all’angolo, in attesa di tempi migliori post-covid. Temo che questo virus sia destinato a restare, quindi dovremo abituarci a queste nuove forme di servizio clienti.

    Sei stato per diversi anni giudice e organizzatore del “Campionato messicano della pizza” e sei riconosciuto come uno dei più grandi esperti di pizza qui in Messico. Cos’è la pizza per il napoletano Mario Miele e quanto si è evoluta in questi anni?

    Quando la “Camera di Commercio Italiana in Messico” mi ha chiesto di collaborare al campionato, sono stato molto contento. Ho partecipato non solo come giudice, ma anche offrendo, con tanto amore, pizza gratis a tutti i partecipanti all’evento. Come c’è “il caffè sospeso”, anche per noi napoletani c’è “pizza sospesa”: una pizza non si nega mai a nessuno! Mi motivava anche l’idea di contribuire, in qualche modo, a migliorare le abitudini alimentari qui in Messico, oltre che la possibilità di poter preparare nuove generazioni di pizzaioli locali pronti a conquistare il mondo.
    Per quanto riguarda l’evoluzione della pizza, sinceramente mi ricorda molto i colori della moda. Ogni stagione ne esce uno nuovo, ma finalmente il classico, bianco, grigio e nero,
    non passa mai di moda. La pizza sarà sempre la stessa. C’è solo una pizza, da secoli. Le altre sono un’altra cosa, magari altrettanto buone, ma non chiamatele pizze…

    La Piccola Trattoria di Mario Miele è oggi un punto di ritrovo per molti italiani. Come vivi la nostra comunità e che consiglio hai da dare?

    Lo vivo quotidianamente. Molti italiani vengono da me ogni giorno. Penso di conoscere, letteralmente, tutti quelli che vivono a Città del Messico. Qui, purtroppo, la comunità italiana non è molto numerosa, quindi non ci sono molti luoghi di ritrovo; niente scuole, ospedali, ecc. e questo fa si che manchi un po’ di unione fra di noi. Ci sono persone che vanno e vengono per lavoro, ma un po’ più di unione sarebbe fantastico.

    Tutti qui conoscono il tuo amore viscerale per il Napoli e per Diego. Cosa rappresenta per te il Napoli e cosa rappresenta Diego?

    Maradona per me è tutto. Quando ci ha lasciati sono rimasto scioccato. Anche se, ripensandoci, devo ammettere che i grandi controversi muoiono in questo modo. Diego era un combattente: ha passato tutta la vita a combattere contro la ingiustizia e le istituzioni. Ricordo che quando arrivò al Napoli avevo 10 anni. Sono scappato di casa per andare alle partite, per lui ho litigato con tutti nella mia scuola (e ancora oggi continuo a litigare…). Ci ha tirato fuori, come popolo, da un momento difficile e ha guidato un popolo intero alla salvezza, non solo nel calcio ma anche nella società.

    M’inorgoglisce poter dire che, qualche tempo fa, ha registrato un video diretto a me e che condivido con grande affetto. Ho anche conservati il suo autografo ed una autentica
    “reliquia”, per me di importanza storica: il biglietto di Argentina-Inghilterra del 1986. La mitica partita della “mano de Dios” e del “gol del secolo”. Si è identificato molto con il Napoli, tanto che per me, per molti versi, Diego è il Napoli. Essere napoletani è differente. È uno stile di vita, non è solo tifare una squadra. Per chi non è napoletano è difficile da capire. E ancor più difficile spiegarlo.

    Quanto di quel piccolo Mario, cresciuto tra le montagne di Avellino, sopravvive nello Chef Mario Miele?

    Il 100%. Sono un tradizionalista e quindi conservo da sempre il mio modo di essere. Ti puoi evolvere con l’esperienza, ma l’essenza rimane esattamente la stessa.

    Chi vince lo scudetto quest’anno? E il Mondiale nel prossimo?

    Io credo che quest’anno vincano gli “innominabili”, che alla fine recupereranno… In quanto alla Nazionale, dico che il Mondiale è diverso dall’Europeo. A differenza degli altri, il Mondiale non si presta a sorprese. Vedo che la Francia ha un’ottima squadra, che anche Spagna ed Italia sono squadre giovani e forti, ma non voglio dire di più! Sai quanto siamo superstiziosi noi napoletani e parlare di queste cose prima porta sfortuna!
    (n.d.a. sarà per lo stesso motivo che ha nominato gli eterni rivali bianconeri come vincitori dello scudetto?)

    Ci salutiamo. Lascio Mario alla sua attività favorita: fare le pizze. C’è un bellissimo detto su noi napoletani che recita: “Un napoletano può lasciare il Napoli, però Napoli non lascia mai un napoletano”. Mario non fa assolutamente eccezione. 

  • La historia de la pizza en México tiene un año. Tiene un antes y un después. Es en el año 2003, cuando, afortunadamente, Mario Miele decidió transferirse al Distrito Federal. Mario es una persona alegre, siem […]

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      Vi lascio una versione italiana del testo, per tutti quelli che la hanno chiesta:

      MARIO MIELE: la storia della pizza napoletana qui in Messico
      di Antonio Mariniello

      La storia della pizza in Messico ha anno, un prima e un dopo. È il 2003, quando, fortunatamente, Mario Miele decide di trasferirsi a Città del Messico. Mario è una persona solare, sempre disponibile con i suoi clienti, che considera suoi amici. Ci aspetta nel suo locale, “La Piccola Trattoria”, in Emerson 107 angolo Ejército Nacional, a Polanco, forse il quartiere più centrale di Città del Messico.

      Raccontaci un po’ della tua infanzia e di come sei arrivato, da una piccola città, a lavorare per il Billionaire de Briatore

      La mia è stata la tipica infanzia felice di paese. Sono di Andretta, un piccolo centro dell’Appennino in provincia di Avellino, ad un’ora e mezza da Napoli. Ricordo con tenerezza le fredde mattine accanto al caminetto, con mia nonna che preparava la pasta. O i pomeriggi aiutando mio padre, che aveva un’officina meccanica. Ero diviso, fin da allora, tra le mie due grandi passioni: cucina e motori. Da ragazzo ricordo essere stato qualche mese a Maranello per fare un corso con Ferrari, il sogno di ogni meccanico, anche se, nel frattempo, lavoravo anche nella pizzeria del paese.

      Quando mi sono trasferito a Gragnano, la città dove è nata la pasta, è iniziata la mia vita da Chef. Ho seguito diversi corsi di specializzazione in cucina napoletana e, in particolare, nell’arte della pizza. Da lì son venute fuori diverse proposte. Fra queste, quella del Billionaire di Flavio Briatore e Giuseppe Cipriani, responsabile della cucina. Fu così che io, con i miei fratelli Giuseppe e Maria Rosaria, andammo in Sardegna per lavorare. Da lì non mi sono più fermato: ho capito che quella era la mia vita e, da chef e pizzaiolo italiano, avremmo avuto molte opportunità, soprattutto all’estero.

      Sei arrivato in Messico nel 2003, dopo un breve viaggio intorno al mondo, per sviluppare un nuovo Franchising. Era “50 FRIENDS”, un concetto che avrebbe cambiato per sempre l’idea di pizza in Messico. Con loro finirai per aprire 19 filiali. Com’è la vita dell’emigrante? e come sei entrato in contatto con loro?

      Da napoletani all’estero non ti senti mai solo ed è normalissimo anche trovare famiglia, ovunque tu sia. Ragion per cui, come emigrante, in un certo senso mi sono sempre sentito a casa. Oltretutto qui Messico basta ascoltare le canzoni, vedere il valore che danno alla famiglia, sentire i rumori della strada e ti sembra di essere a Napoli. “Ci hanno reso tutto

      più facile”! Quanto a 50 FRIENDS, ricordo che il fondatore mi ha trovato “online” e mi ha chiamato. Tra italiano e spagnolo, ricordo che quel giorno parlammo per più di quattro ore al telefono di quello che, in quel momento, era solo un sogno.
      Non c’erano ancora filiali, immagine coordinata, menu, niente. Nulla si sapeva, a quel tempo, della pizza artigianale qui in Messico. Quando sono arrivato nel 2003, non c’era un solo posto dove poter mangiare una buona pizza napoletana. È stata una sfida riuscire ad imporre il concetto di pizzeria in questo Paese e devo dire, con un po’ di orgoglio, che in questi 18 anni sono stati fatti passi da gigante.

      Dopo un po arriva “La piccola Trattoria” a Polanco

      Anche il concetto di “trattoria”, l’idea di un locale a conduzione familiare di cucina
      italiana fatta in casa era, nuovo qui. È stato, per me, come veder crescere un bambino. Con mia moglie e mio fratello abbiamo cercato, negli anni, di aprire altre filiali, ma ci siamo resi conto che è difficile mantenere degli standard elevati quando ci sono tanti locali ed una conduzione familiare. Purtroppo un mese fa abbiamo dovuto chiudere, anche causa della crisi derivata dalla pandemia, la succursale di Querétaro. Abbiamo iniziato in un piccolo locale a metà strada ed oggi ci troviamo, dopo essere stati per un po’ anche nel locale accanto, in uno più grande e bello proprio all’angolo, in attesa di tempi migliori post-covid. Temo che questo virus sia destinato a restare, quindi dovremo abituarci a queste nuove forme di servizio clienti.

      Sei stato per diversi anni giudice e organizzatore del “Campionato messicano della pizza” e sei riconosciuto come uno dei più grandi esperti di pizza qui in Messico. Cos’è la pizza per il napoletano Mario Miele e quanto si è evoluta in questi anni?

      Quando la “Camera di Commercio Italiana in Messico” mi ha chiesto di collaborare al campionato, sono stato molto contento. Ho partecipato non solo come giudice, ma anche offrendo, con tanto amore, pizza gratis a tutti i partecipanti all’evento. Come c’è “il caffè sospeso”, anche per noi napoletani c’è “pizza sospesa”: una pizza non si nega mai a nessuno! Mi motivava anche l’idea di contribuire, in qualche modo, a migliorare le abitudini alimentari qui in Messico, oltre che la possibilità di poter preparare nuove generazioni di pizzaioli locali pronti a conquistare il mondo.
      Per quanto riguarda l’evoluzione della pizza, sinceramente mi ricorda molto i colori della moda. Ogni stagione ne esce uno nuovo, ma finalmente il classico, bianco, grigio e nero,
      non passa mai di moda. La pizza sarà sempre la stessa. C’è solo una pizza, da secoli. Le altre sono un’altra cosa, magari altrettanto buone, ma non chiamatele pizze…

      La Piccola Trattoria di Mario Miele è oggi un punto di ritrovo per molti italiani. Come vivi la nostra comunità e che consiglio hai da dare?

      Lo vivo quotidianamente. Molti italiani vengono da me ogni giorno. Penso di conoscere, letteralmente, tutti quelli che vivono a Città del Messico. Qui, purtroppo, la comunità italiana non è molto numerosa, quindi non ci sono molti luoghi di ritrovo; niente scuole, ospedali, ecc. e questo fa si che manchi un po’ di unione fra di noi. Ci sono persone che vanno e vengono per lavoro, ma un po’ più di unione sarebbe fantastico.

      Tutti qui conoscono il tuo amore viscerale per il Napoli e per Diego. Cosa rappresenta per te il Napoli e cosa rappresenta Diego?

      Maradona per me è tutto. Quando ci ha lasciati sono rimasto scioccato. Anche se, ripensandoci, devo ammettere che i grandi controversi muoiono in questo modo. Diego era un combattente: ha passato tutta la vita a combattere contro la ingiustizia e le istituzioni. Ricordo che quando arrivò al Napoli avevo 10 anni. Sono scappato di casa per andare alle partite, per lui ho litigato con tutti nella mia scuola (e ancora oggi continuo a litigare…). Ci ha tirato fuori, come popolo, da un momento difficile e ha guidato un popolo intero alla salvezza, non solo nel calcio ma anche nella società.

      M’inorgoglisce poter dire che, qualche tempo fa, ha registrato un video diretto a me e che condivido con grande affetto. Ho anche conservati il suo autografo ed una autentica
      “reliquia”, per me di importanza storica: il biglietto di Argentina-Inghilterra del 1986. La mitica partita della “mano de Dios” e del “gol del secolo”. Si è identificato molto con il Napoli, tanto che per me, per molti versi, Diego è il Napoli. Essere napoletani è differente. È uno stile di vita, non è solo tifare una squadra. Per chi non è napoletano è difficile da capire. E ancor più difficile spiegarlo.

      Quanto di quel piccolo Mario, cresciuto tra le montagne di Avellino, sopravvive nello Chef Mario Miele?

      Il 100%. Sono un tradizionalista e quindi conservo da sempre il mio modo di essere. Ti puoi evolvere con l’esperienza, ma l’essenza rimane esattamente la stessa.

      Chi vince lo scudetto quest’anno? E il Mondiale nel prossimo?

      Io credo che quest’anno vincano gli “innominabili”, che alla fine recupereranno… In quanto alla Nazionale, dico che il Mondiale è diverso dall’Europeo. A differenza degli altri, il Mondiale non si presta a sorprese. Vedo che la Francia ha un’ottima squadra, che anche Spagna ed Italia sono squadre giovani e forti, ma non voglio dire di più! Sai quanto siamo superstiziosi noi napoletani e parlare di queste cose prima porta sfortuna!
      (n.d.a. sarà per lo stesso motivo che ha nominato gli eterni rivali bianconeri come vincitori dello scudetto?)

      Ci salutiamo. Lascio Mario alla sua attività favorita: fare le pizze. C’è un bellissimo detto su noi napoletani che recita: “Un napoletano può lasciare il Napoli, però Napoli non lascia mai un napoletano”. Mario non fa assolutamente eccezione. 

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